La fotografia di W. Eugene Smith in mostra a Bologna | Artribune

Pittsburgh, il lavoro e la fotografia. W. Eugene Smith a Bologna

Pittsburgh, il lavoro e la fotografia. W. Eugene Smith a BolognaBy Marta Santacatterina – 17 giugno 2018 “Ritrarre una città è un compito senza fine”: tra le citazioni usate per l’allestimento della mostra alla Fondazione MAST di Bologna questa meglio rappresenta il lavoro di W. Eugene Smith. Protagonista della rassegna, nel centenario della sua nascita.Un solitario alla ricerca di una verità non palese: così, parafrasando le parole di John Berger, viene definito W. Eugene Smith (Wichita, 1918 ‒ Tucson, 1978), uno dei più significativi fotoreporter del Novecento, ma anche uno di quelli dal temperamento più complesso e tormentato. Alla Fondazione MAST di Bologna è in corso una mostra che si inserisce appieno nell’originale programmazione incentrata sul rapporto tra fotografia e lavoro e che consente di scoprire 170 stampe vintage tratte dallo sterminato progetto intrapreso da Smith su Pittsburgh, la città dell’acciaio dove negli Anni Cinquanta le industrie pesanti spiccavano nel paesaggio, le strade erano popolate dagli operai e dalle loro famiglie, la politica ruotava attorno a un’economia dinamica e trainante. Una serie di scatti che rappresentano in modo efficace lo stile e il metodo di W. Eugene Smith, con i suoi bianchi e neri sviluppati in modo da rendere un’atmosfera cupa e terribile, dove colpiscono le geometrie perfette o i volti espressivi che raccontano la fatica, il sacrificio, il rumore delle fabbriche e il calore delle caldaie.W. Eugene Smith, Edilizia residenziale, 1955-57. Carnegie Museum of Art, Pittsburgh, © W. Eugene Smith _ Magnum PhotosSTORIA DI UN’IMPRESA ENCICLOPEDICAMa la mostra racconta pure la vicenda da cui è scaturito il reportage su Pittsburgh, anch’essa emblematica della complicata personalità del fotografo: dopo una formazione precoce, dopo una serie di servizi ancora oggi considerati dei capisaldi della fotografia di guerra – basti citare quelli realizzati nei teatri bellici del Pacifico e in Giappone – Smith fu assunto da Life, dove lavorò continuativamente per sette anni. Tuttavia con la redazione sorsero dei diverbi dovuti ai suoi continui ritardi, all’insoddisfazione su come venivano stampate le fotografie, alle contestazioni sull’impaginazione e le didascalie. Perfezionista fino all’ossessione (“per essere un buon giornalista dovevo essere il miglior artista possibile”), Smith lasciò la rivista e andò ad abitare a New York in un loft frequentato da jazzisti. Una nuova opportunità gli venne da Stephan Lorant che gli chiese di realizzare tra le ottanta e le cento foto di Pittsburgh: “L’incarico si trasformò gradualmente nel progetto più ambizioso della sua vita, e poi nel suo fallimento più doloroso”, come scrive Urs Stahel in catalogo. Le poche settimane di lavoro preventivate divennero infatti tre anni di ricerche che sfociarono nella mirabolante cifra di 20mila negativi i quali, nelle intenzioni del fotografo, avrebbero dovuto concretizzarsi in una pubblicazione definitiva sulla città americana. Niente di tutto ciò andò a buon fine e l’unico risultato concreto fu un servizio di 36 pagine pubblicato su Photography Annual 1959.W. Eugene Smith, Operaio di un’acciaieria che prepara le bobine, 1955-57. Carnegie Museum of Art, Pittsburgh. © W. Eugene Smith _ Magnum PhotosMITO E MARTIREEugene Smith morì nel 1978 insoddisfatto della sua carriera di fotografo, e di conseguenza della sua vita, dopo aver donato il suo archivio al Center of Creative Photography di Tucson, mentre altri 600 scatti furono raccolti dal Carnegie Museum of Art di Pittsburgh da cui sono stati tratti i materiali dell’esposizione bolognese. Mito e martire lo definisce il curatore, poiché gli riconosce di aver lottato senza tregua per il riconoscimento dei diritti dei fotoreporter e perché credeva profondamente nel ruolo dell’arte e della fotografia – coltivata sempre sulla base di un estetismo senza compromessi ‒ per la comprensione del mondo.

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