Lo sguardo ironico e irriverente di un romantico indisciplinato: Elliott Erwitt alla reggia di Venaria

La retrospettiva dell’americano : burle e parodie, ma emerge anche il lato sentimentale

L’amore eterno esiste, arriva senza preavviso e dura un unico irripetibile secondo, riflesso nello specchietto retrovisore di un’auto in riva al mare. E devi avere la fortuna di essere lì, saperlo riconoscere e avere la bravura tecnica di catturarlo. Invece al Museo del Prado bisogna appostarsi ore per fermare il momento in cui un folto gruppo di uomini osserva rapito la Maja Desnuda di Goya, e accanto un’unica donna guarda la Maya Vestida. Ma Elliott Erwitt sapeva che quel momento sarebbe arrivato, lo racconta ancora oggi. Un clic è improvviso, l’altro è meditato, inquadratura voluta pensata cercata: due aspetti dello stesso atto del guardare, della stessa arte del vedere. E due anime coesistenti del più eclettico, certo il più indisciplinato dei fotografi della scuderia Magnum: quello romantico – la suggestione è definirlo quello russo, lui che nacque Erwitz in Europa prima di cambiare nome negli Usa – e quello ironico, a tratti esplicitamente comico.

 

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Fotografie come battute, che fissano le forme paradossali che può prendere la realtà: un cane in braccio a una donna sembra una donna con la faccia di un cane, e ci va del tempo prima di cogliere l’illusione. I cani di Erwitt faranno anche ridere, ma non sono da ascrivere alla categoria social «animali che fanno cose buffe»: sono esseri antropomorfi che hanno molto più da dire sugli uomini che sulle bestie.

 

Della realtà interpretabile di una fotografia si può anche essere vittima: Nixon che punta il dito contro Kruscev nell’immagine passata alla storia come la «litigata in cucina» (1959) era un dibattito di basso profilo («Noi siamo più ricchi di voi, mangiamo carne»), ma il gesto era così iconico – e Nixon così malizioso atteggiandosi davanti all’obiettivo – che sarebbe stata poi usata dal suo staff per la campagna presidenziale. Erwitt si arrabbiò, e se oggi le leggi del copyright vieterebbero quello scippo lo si deve anche a lui che fece una battaglia sul diritto d’autore. Mica come le smargiassate del sedicente artista André S. Solidor, eccentrico per posa, che ama tutto ciò che Erwitt detesta: il digitale, photoshop, il nudo fine a se stesso. Ma Solidor non esiste, Solidor è Erwitt, alter ego creato per parodiare certi artisti e certa arte. Il gioco che prima era solo dentro le foto è diventato, sdoppiamento, teatro. André S. Solidor è una maschera (in latino, «persona», al plurale «personae»: il titolo della mostra); e se nella pronuncia, il nome dell’avatar evoca quello di Salvador Dalì, l’acronimo in lingua inglese non lascia spazi interpretativi: A.S.S.

 

Ci sono tanti aneddoti dietro le foto. La curatrice Biba Giachetti racconta che Erwitt aveva capito che per essere preso sul serio nel mondo della pubblicità, doveva atteggiarsi a intrattabile che ordinava cose un po’ matte. «Cos’ha di speciale quest’auto?». «Il motore ha cento cavalli», gli risposero. «E allora portatemi cento cavalli!». La foto: un’auto in mezzo a cento cavalli.

 

Erwitt ha 90 anni. Nato da genitori russi, passò l’infanzia, a Milano. Fino a 10 anni: nel 1938 arrivarono le leggi razziali. Oggi vive a New York e chissà cosa sarebbe diventato se la storia non fosse andata così, chissà se ha senso chiederselo. Lui torna sempre volentieri in Italia, stavolta non c’è solo perché le forze – non la volontà – non l’assistono. Sa che l’America è stata piena di opportunità, a partire dall’incontro con Robert Capa che lo portò in Magnum. Ma è sulle soglie di questa ferita mai richiusa che si arresta ogni risata. E nel suo libro più intimo, «Scatti personali», l’ironia è tragica: «Dedico questo libro a Mussolini che mi ha cacciato dal mio Paese».

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